Una mamma (quasi) normale

Per alimentare e arricchire questo blog mi avvalgo di un team di fantastiche collaboratrici fisse. Ma è aperto a chiunque voglia contribuire! Sono quindi molto felice di pubblicare un bellissimo post che sicuramente aprirà un vivace dibattito (almeno lo spero, perché vorrà dire che non siamo ancora totalmente rincitrullite). L’autrice è un’amica, due volte mamma, brillante giornalista dell’Ansa (ex collega), Gioia Giudici. La corteggio da mesi. Finalmente è con noi! Leggete la sua storia, poi ditemi se non ne valeva la pena!

Buona lettura!

childbirth

Parto naturale, allattamento a richiesta e a oltranza, svezzamento graduale, alimentazione biologica, educazione ecologica: eccomi, sono una mamma green. E sono un po’ stufa. Stanca di essere un cliché radical-chic, di essere un’icona dell’ideologia della ‘consapevolezza’ che oppone le donne che sanno, e quindi scelgono, a quelle vittime della loro ignoranza. E adesso vi spiego perché, da mamma al naturale, sto pensando di convertirmi a mamma (quasi) normale.

Quando aspettavo la mia prima figlia, Luna, ho letto e recensito manuali che invitavano a Partorire senza paura, ho seguito corsi di ostetriche sostenitrici del parto in casa e sognato a mia volta di dare alla luce mia figlia tra le pareti domestiche. Nell’attesa ho frequentato donne come me, che leggevano gli stessi libri, frequentavano gli stessi corsi, condividevano gli stessi desideri. E quando alla ventesima settimana di gestazione la ginecologa mi ha detto che la piccola era podalica e che mi sarei dovuta preparare a un cesareo ho rifiutato categoricamente l’ipotesi. E via con le cure naturali per convincere la bambina a girarsi: moxibustione, ossia un cono di erba artemisia acceso posto vicino al mignolo del piede per cinque minuti 2 volte al giorno,  agopuntura, massaggi di luce. E niente: ho affumicato mezzo ballatoio, perché l’erba artemisia puzza peggio di un sigaro, ho sentito un corpo di ballo eseguire un cha cha cha nella mia pancia, ma la pupa non si è girata. E quando al corso preparto ci hanno invitate a simulare la fase espulsiva sedute su una sorta di vasino, sono fuggita in bagno, sentendomi una fallita. A parziale consolazione del mio insuccesso, anziché un cesareo elettivo, ossia programmato a tavolino, sono riuscita – grazie alla creatura, che ha deciso di arrivare 10 giorni prima del tempo – a vivere almeno parzialmente la fase del travaglio, arrivando all’ospedale con le contrazioni già avviate. L’intervento è stato veloce, i medici gentili e nella gioia del conoscere finalmente la mia creatura non ho patito della sua uscita dal mio ventre così poco rispondente alle mie attese.

Ma i guai sono iniziati dopo: gonfia, dolorante, non riuscivo quasi ad alzarmi dal letto, tanto che ho chiesto di rimanere un giorno più in ospedale. Intanto mi sforzavo di avviare l’allattamento, ma la bambina, già piccolina, continuava a perdere peso. “L’aggiuntina no, per carità, che sennò rovinate tutto!” dicevo ai medici, che hanno rispettato le mie richieste. Solo che a casa la situazione non è migliorata: nonostante tisane, tiralatte, riposo e sana alimentazione, il latte non arrivava, Luna deperiva, io mi deprimevo sempre più. E mi detestavo perché avevo appena partorito e già mi sentivo una cattiva madre, incapace di dare la vita in modo naturale, incapace di nutrire la sua creatura.

L’aggiuntina è presto diventata la fonte principale di nutrimento della mia bimba, mentre io mi spremevo il seno con quell’infernale macchina che è il tiralatte per riempire si e no metà biberon al giorno. E mi vergognavo a darle il latte artificiale in pubblico, ulteriore segno del mio fallimento genitoriale. Per fortuna, dopo un mese sono andata al mare: acqua, sole, amiche, un pediatra comprensivo, che ha esaltato la mia scelta di continuare a dare il seno alla bimba ma mi ha invitato ad abbandonare la mortificazione del tiralatte, e il baby blues è passato.  E io e Luna finalmente abbiamo iniziato ad annusarci, a riconoscerci davvero, ad amarci.

Con Diego Lupo è stato tutto più facile: la ginecologa non ha sostenuto ma nemmeno osteggiato la scelta di provare a partorire per via naturale dopo un cesareo, io non ho frequentato corsi per militanti ma degli incontri in ospedale con donne carine ma molto ‘normali’, non ho letto libri né bazzicato forum di sostenitrici della Vbac. Lo volevo e ho lottato per averlo: Diego Lupo si è presentato all’ultima notte utile prima dell’induzione, in ritardo di quasi 2 settimane sulla scadenza, ha avuto bisogno di qualche aiutino per l’uscita (infusione di ossitocina dopo che le acque si sono sporcate), ma è venuto alla luce senza tagli e anestesie. Dieci ore di full immersion in un dolore allucinante, che ho dimenticato appena ho visto il pupo uscire dal mio ventre. Mi sono sentita così potente che, quando alla prima visita dopo le dimissioni mi hanno consigliato l’aggiuntina per compensare il calo,  non ci sono rimasta nemmeno troppo male. La tetta ho continuato a dargliela, ma così, per amore, senza pretese di nutrirlo per via esclusiva.

E poi la sorpresa: dopo un mese lo stesso pediatra comprensivo di tre anni prima (benedette le vacanze che me lo hanno fatto incontrare) mi ha fatto capire che invece ero io la prima fonte di vita della mia creatura. E il biberon è rimasto nel cassetto per due anni finché un paio di settimane fa – prima di separarci per una settimana di vacanza con i nonni lui e di lavoro io – ho comunicato al pupo che la luna di miele era finita. Anche perché di essere inseguita per il parco da un duenne infoiato che urla ‘tetta, tetta’ ero anche un po’ stanca.

Così come ero stufa degli sguardi di intesa delle mamme che allattano fino alle elementari e che ora mi includono nel loro club da cui mi avevano estromessa al primo giro. Le stesse che alla notizia di un cesareo ti guardano come se fossi un’assassina di bambini e non una che non ha avuto altra scelta. Quelle che ‘la peridurale manco morta’ e ‘i cartoni animati mai’, i giocattoli solo di legno e ‘Barbie è il male’. Quelle che aborrono il passeggino e usano la fascia fino ai 4 anni, quelle che alle feste di compleanno dei compagni d’asilo leggono sfrontatamente la lista degli ingredienti della torta e regalano solo libri edificanti stampati su carta riciclata. Quelle che erano manager laureate alla Bocconi e ora fanno i centrini all’uncinetto per il mercatino della scuola Steineriana e mandano i volantini con il font della Weleda. Quelle che poi i figli, appena sfuggono al loro controllo, si abbuffano di papatine e si imbambolano davanti alla tv.

Ho visto donne deprimersi per non aver potuto portare a termine il parto tra le mura di casa, ho conosciuto mamme che si sentivano colpevoli per non essere riuscite ad allattare, mi sono sentita inadeguata per aver dato per merenda un frutto di succo biologico e non un frullato fatto al momento. E ho visto donne che invece tutto sapevano e che hanno chiesto l’epidurale perché di sentire dolore non avevano voglia, e che hanno legato subito e comunque con il loro bambino; madri che non sono diventate attiviste della leche league ma hanno serenamente allattato finché ne avevano voglia, spesso anche oltre l’anno; nonne che non sono state messe all’indice per una merendina confezionata. E allora? Allora libere tutte ragazze, perché per non finire nella dittatura del parto ospedalizzato e dell’allattamento artificiale imposto per prassi rischiamo di cadere in un’altra schiavitù.

Quella della nostra cultura, del nostro sapere, del nostro sentirci brave, superiori a chi non sa, non può, non vuole. Ho provato il cesareo, ho provato il parto naturale: il secondo è stato più intenso ed emozionante e ha reso tutto più facile ma forse, se non fossi stata caricata di così tante aspettative, anche la mia prima esperienza genitoriale sarebbe partita con il piede giusto. Promuoviamo cultura e consapevolezza, ma lasciamo che ognuno faccia le proprie scelte senza giudicare.

Gioia 

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9 risposte a “Una mamma (quasi) normale”

  1. Vianella

    Bellissimo racconto !! Lo dovremmo stampare a caratteri cubitali davanti a tutti le maternità , agli asili nido , ai parchi , ai supermercati …. Ovunque mamme invasate possano leggerlo e capire che si può essere normali anche se non si allatta o si fa l’epidurale ( e detto da me è un programma !) ma rimane cpquello che dicevamo donne partorite come volete e alimentate i vostri figli come volete .. I porttante è l’informazione corretta dei pro e contro di ogni decisione presa !

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    • Elisabetta

      (tanto per capirci… Vianella è un’a ostetrica specializzata che assiste da 20 anni i parti in casa e lavora instancabilmente per le donne – e le loro famiglie – nella Casa Maternità Il Nido di Bologna).
      Grazie Vianella! Si’ sono d’accordo con te! Un post davvero speciale! Diffondiamo!

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  2. Alessandro

    Si concordo con Vianella, un bellissimo racconto che deve far riflettere e che deve essere diffuso! Le estremizzazioni sono nocive e portano a dare giudizi negativi che poi pesano sulla donna. L’informazione è importante ma poi consapevolmente le scelte devono essere libere! Tempo fa in un post una sostenitrice del parto non assistito diceva e criticava quelle donne che invece di partorire in penombra e in silenzio, scelgono di partorire tra amici e tamburi! Mentre alcune/i appoggiavano tale giudizio dicendo che erano pratiche abominevoli io in cuor mio pensavo: se e quando sarò ostetrico io starò accanto alla donna che vuol partorire in silenzio come alla donna che vuole i tamburi, col solito amore e la solita cura. Mi sarei aspettato che qualcuno legittimato a dirlo, l’avesse fatto presente a tutti!

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  3. Cristina

    Sono una mamma che alla sua seconda gravidanza, ha ricevuto la notizia che il piccolo era podalico. La mia prima figlia è’ nata con parto naturale a termine, e’ stata una bella esperienza, faticosa, lunga e anch’io ho visto cadere tante aspettative. Desideravo il parto in acqua, l’ospedale era attrezzato, ma troppe donne erano in travaglio e la mia richiesta non poteva essere esaudita. Fortunatamente direi, la piccola aveva un giro di cordone ombelicale al collo e la professionale ostetrica e’riuscita dopo ore di travaglio a capire che occorreva intervenire e con una sua manovra la piccola e’ uscita sana e senza sofferenza.
    Alla seconda gravidanza avevo 36 anni ed ero una paziente diversa, più a rischio. Dopo la prima visita ginecologica e la lista di visite ed esami, mi sembrava di essere ammalata e non di aspettare un bambino. Volevo viverla in modo diverso rispetto all’iter ospedaliero e ho cercato da subito un’ostetrica: Vianella.
    Con lei durante tutti i mesi di gravidanza mi sono sentita seguita, capita e mi ha fatto vivere la mia gravidanza come una nuova e bellissima esperienza.
    Quando abbiamo ricevuto la notizia che era podalico, il consiglio del ginecologo era di pensare al cesario, ma lei mi ha consigliato di provare la moxibustione, ma niente il piccolo non si è’ girato. Sempre su suo consiglio abbiamo eseguito il rivolgimento podalico, una manovra esterna eseguita da una splendida equipe all’ospedale Maggiore di Bologna, che ci ha fatto pensare che la sanità italiana e’ fatta anche da splendidi professionisti, capaci.
    Il piccolo si è girato e io ho vissuto un meraviglioso travaglio a casa accanto al mia ostetrica, mio marito e mia figlia e poi per mia scelta ho partorito all’ospedale, sempre con mio marito e Vianella accanto a me è anche li sono stata seguita da un efficiente team di medici e ostetriche.
    Ricordo ogni minuto di questo secondo parto e sono felice di essere stata ben informata e di aver potuto scegliere.
    Possiamo avere una grande forza fisica e morale noi madri, ma abbiamo bisogno di persone accanto a noi che sappiano informarci, accompagnarci e consigliarci con professionalità e amore verso la straordinaria e naturale esperienza di vita che è’ la nascita del nostro bambino. Siamo noi e sempre solo noi a scegliere, ma senza conoscenza le nostre scelte potrebbero prendere “strade” più faticose e difficili da vivere.

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    • Elisabetta

      Grazie Cristina! Il tuo racconto è bellissimo e commovente. Hai trasmesso tutta la determinazione e l’amore di una donna che sta per diventare madre. Determinazione e amore: due elementi fondamentali. Da accompagnare a un altro termine-chiave: informazione.
      Mi batto da tanto tempo per questo . A volte manca la motivazione, soprattutto quando ti guardi intorno e vedi indifferenza, ignoranza e , diciamolo, mera ricerca di profitto e di potere. Ma contributi come il tuo possono ridare la carica a chi può dare una mano – anche piccola – a diffondere una nuova e più gioiosa, soddisfacente, naturale e serena cultura del parto. Grazie ancora
      Elisabetta

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      • Cristina

        Sono felicemente meravigliata che la mia esperienza possa aiutare altre future mamme. Grazie per avermi permesso di raccontare il mio vissuto.

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  4. Silvia A.

    Ma io ti amo!

    Silvia

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  5. LaEli

    Bellissimo articolo! Grazie!
    Mi riconosco molto nelle emozioni…nelle aspettative deluse…
    Ho avuto un traumatico cesareo dopo 12 ore di travaglio, sono stata trattata come una cosa su cui praticare manovre “necessarie” e interventi medici “indispensabili”, non ho visto mio figlio (con Apgar 9/10) fino al giorno dopo e ho passato quelle interminabili ore a piangere disperata con un pezzo di cuore fuori dal mio corpo.
    Ci ho messo anni a riConoscere mio figlio, strappatomi dalle viscere in una camera asettica e sparito per 24 ore, ho pianto, tanto, mi sono disperata, ho fallito anche l’allattamento (sì, per me è stato il secondo fallimento dopo il parto naturale mancato) perchè ero talmente traumatizzata che la montata è arrivata solo 10 giorni dopo il “parto”. Ho sperimentato la solitudine estrema pur vivendo in mezzo a persone amiche, ho provato quel dolore lancinante che ti trapassa l’anima e ti taglia a metà il cuore e ho desiderato, più volte, di essere da un’altra parte.
    Adesso, finalmente, vedo la luce e vedo Mio Figlio, non come frutto del mio fallimento ma come Creatura Meravigliosa che mi appartiene. Da sempre.
    Venuto al mondo per lottare con me e vincere una guerra, anche, contro il mio passato di figlia.
    Mi rispecchio in lui e riesco, dopo tanta fatica e un grande aiuto, a ricordare il profumo della sua pelle quando me l’hanno avvicinato al viso sul tavolo operatorio, a rivedere i suoi occhi appena aperti sul mondo che erano tutti per Me, per Noi, a riconoscere che il mio Amore è fluito fuori di me anche senza il latte che non ho potuto dargli.
    Non mi riempio più di paura al pensiero di una futura gravidanza, mi riapro alla vita e finalmente, da MezzaMamma quale mi sentivo, riesco a sentirmi MAMMA.

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    • Elisabetta

      Grazie davvero per il tuo racconto!
      Conosco tante mamme che hanno vissuto la tua stessa esperienza, il trauma del parto è qualcosa di lancinante, difficile da gestire e da dimenticare.
      Ma noi donne, noi mamme, siamo piu’ forti!
      La paura si puo’ superare. Per aprirsi alla vita.
      Grazie ancora

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