Ucraina, un déjà vu

Photo by Elisabetta Malvagna
Photo by Elisabetta Malvagna


Sono mesi ormai che sulla prima pagina del Financial Times si parla della crisi in Ucraina, creata dall’annessione forzata della Crimea e dalla presenza di milizie russe nella parte orientale del paese. Francamente lo spettacolo è avvilente. Per cercare di capire perché siamo ritornati alle fasi più brutali della Guerra Fredda e quali sono le motivazioni di Mosca, ho fatto delle ricerche e sono arrivata alla conclusione che l’invasione della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina orientale fanno parte di una escalation di tattiche usate dal Cremlino negli ultimi vent’anni per mantenere la propria presenza nei territori che facevano parte della sfera d’influenza dell’ex Unione Sovietica.

A partire dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha direttamente contribuito alla separazione di quattro aree a maggioranza etnica Russa nell’Eurasia: la Transnistria, uno stato autoproclamatosi indipendente dalla Moldova; l’ Abazia, sulla costa del Mar Nero in Georgia; l’Ossezia del Sud, nella parte nord della Georgia; e il Nagorno Karabakh, una regione montagnosa nel sud ovest dell’Azerbaijan. L’influenza di Mosca ha creato in questi stati dei conflitti cosiddetti “congelati” dove gruppi autonomi, grazie alla protezione della Russia, rimangono al di fuori della sfera d’influenza dei loro governi centrali.

Questi conflitti “congelati” fanno parte di una legacy che riporta al particolare federalismo tipico dell’ex Unione Sovietica. Sotto Stalin tra il 1922 e il 1940 vennero create le unità territoriali che diedero luogo alle 15 Repubbliche Socialiste Sovietiche, che poi sono divenute nazioni indipendenti quando l’Unione Sovietica si è dissolta nel 1991. Anche se inizialmente concepite come nazioni “indipendenti”, ognuna delle 15 Repubbliche conteneva al suo interno gruppi di minoranza etnica russa.

La presenza di queste minoranze etniche faceva parte del piano di Stalin.  La loro presenza creava abbastanza tensione politica da limitare e contenere qualsiasi tentativo di mobilitazione nazionalistica contro Mosca. La Repubblica Socialista Sovietica Ucraina quindi già conteneva al suo interno una minoranza etnica russa, ma quando Nikita Khrushchev decise di donare la Crimea all’Ucraina nel 1954, questo aggiunse una presenza russa ancora più grande in un territorio ristretto. Per molto tempo questa strategia di divisione etnica ha funzionato. Infatti, nel Dicembre del 1991 in Crimea solo il 54% della popolazione ha votato per l’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione Sovietica – il numero più basso di tutta l’Ucraina.

Quando l’Unione Sovietica si è dissolta, queste divisioni etniche interne hanno precipitato atti di violenza che Mosca ha sfruttato per mantenere un piede nei nuovi stati della post Unione Sovietica. Prendiamo ad esempio la Georgia. Dopo aver votato per l’indipendenza dall’Unione Sovietica il governo della Georgia cercò di stabilire come lingua ufficiale quella della Georgia. Questo tentativo venne opposto in Abazia e nell’Ossezia del Sud.  Le prime schermaglie iniziarono nel 1990 per impedire all’Ossezia di creare uno stato indipendente.  Quando poi nel 1992 l’ Abazia dichiarò la propria indipendenza dalla Georgia, le armate Georgiane invasero l’Abazia iniziando una guerra civile che ha ucciso 8.000 persone e spiazzato 240.000 (a maggioranza etnica Georgiana). In ambedue i conflitti, l’esercito prima Sovietico nel ’90 e poi Russo nel ’92 è intervenuto per aiutare i secessionisti.  Finite le ostilità nel 1992 in Ossezia e nel 1994 in Abazia le truppe russe sono rimaste in situ come “peacekeepers”, cementando di fatto l’indipendenza delle regioni secessioniste.

Le tensioni sono poi riprese nel 2004 quando venne eletto presidente della Georgia Mikheil Saakashvili. Saakashvili decise di allearsi con la NATO e di riprendersi le repubbliche indipendenti.  Mosca quindi incoraggio’ l’Ossezia e l’Abazia ad attuare una serie di provocazioni che, nel 2008, scatenarono una risposta militare Georgiana dando così alla Russia il pretesto per invadere la Georgia e formalmente riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia e dell’Abazia.

Nel caso della Giorgia, la Russia è intervenuta quando ha ritenuto che la sua sfera d’influenza fosse in pericolo. In Ucraina la situazione è molto simile. Ancora una volta Mosca è intervenuta per impedire a uno Stato dell’ex Unione Sovietica di abbandonare l’orbita Russa, e ha giustificato le sue azioni come una risposta a una persecuzione etnica inesistente. L’annessione diretta della Crimea però rappresenta una strategia nuova. Fino ad oggi la Russia non aveva mai formalmente annesso i territori occupati dalle sue truppe, né aveva mai direttamente deposto il governo centrale. La situazione in Ucraina lascia pensare ad altre motivazioni. Il Cremlino sembra aver concepito l’invasione e l’annessione della Crimea come una diretta provocazione contro l’Occidente e contro l’Ucraina.

Putin apparentemente crede che sia lui che la Russia abbiano qualcosa da guadagnare da uno scontro aperto con gli Stati Uniti e l’Europa. Quello che non sembra essere cambiato in questo caso è la visione paternalistica che la Russia post Sovietica ha dei propri vicini. La Russia infatti continua a considerare le nazioni limitrofe come facenti parte della propria sfera d’influenza. La loro concezione è che le nazioni post Sovietiche dell’Europa e dell’Asia non sono propriamente stati sovrani, e quindi Mosca si riserva il diritto di mantenere il proprio controllo su di loro. Questo aiuta la leadership russa a mantenere l’idea della grandezza della Russia.

Sotto Putin, inoltre, il Cremlino ha cercato di rafforzare la propria influenza con l’idea della formazione di una Unione Euroasiatica, un nuovo blocco sovra-nazionale modellato sul concetto dell’Unione Europea, un’idea che Putin sperava di svelare nel 2015.  Putin concepisce questo blocco Euroasiatico come un’alternativa culturale e geopolitica all’Occidente, e ha reso noto che questo nuovo blocco non sarà di grande valore senza la partecipazione dell’Ucraina. Così la prospettiva che Kiev potesse firmare un accordo con l’Unione Europea nel novembre scorso ha allarmato Putin e lo ha spinto all’ultimo minuto a corrompere il Presidente Viktor Yanukovych con garanzie di prestito all’Ucraina per spingerlo a rifiutare l’accordo con Bruxelles. Questa tattica però ha fallito, in quanto le azioni di Yanukovych hanno alimentato la protesta che lo ha eventualmente forzato a fuggire. Il nuovo governo provvisorio di Kiev ha quindi firmato l’accordo con l’Unione Europea.

L’invasione e l’annessione della Crimea, seguita dalla destabilizzazione dell’Ucraina orientale data da incursioni di milizie armate di chiara provenienza russa, non dissuaderanno il popolo ucraino dal cercare un futuro con l’Europa. Le manovre di Mosca hanno creato una massiccia opposizione del popolo ucraino contro la Russia.

Questo episodio inoltre renderà più riluttanti coloro che intendevano partecipare all’Unione Euroasiatica. La Russia ha annesso la Crimea ma, alla lunga, ha perso molto di più: ha distrutto il suo rapporto con l’Ucraina e la sua reputazione internazionale.

Amelia

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Una risposta a “Ucraina, un déjà vu”

  1. Si può ancora morire per raccontare la realtà? | Elisabetta Malvagna

    […] tutt’altro che tranquilla, leggi qui. Se ti interessa l’argomento leggi il post di Amelia) . Andy lascia una compagna e una figlia […]

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