Truffaut, quanto ci manchi…

L’anteprima di Quai d’Orsay, brillante commedia di satira politica diretta da Bertrand Tavernier (nel cast anche Julie Gayet, protagonista dell’amore “scandaloso” con il presidente francese Hollande) e un omaggio al maestro Alain Resnais, scomparso di recente: sono due degli appuntamenti più attesi di Rendez Vous, ormai affermata rassegna del nuovo cinema francese in programma in 6 città italiane: Roma (dal 2 al 6 aprile), Napoli (7 aprile), Bologna (10 aprile – 11 maggio), Palermo (12-13 aprile), Torino (15-17 aprile) e Milano (7-10 maggio). Per ricordare Resnais verrà proiettato l’ultimo lavoro, Aimer, boire et chanter, ma anche una versione restaurata di Hiroshima Mon Amour, un classico della Nouvelle Vague datato 1960. Allora i protagonisti del nuovo cinema francese erano Louis Malle, Robert Bresson, Jean-Luc Godard,  Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jacquest Rivette e, naturalmente, François Truffaut.

Quando seppi che Truffaut era morto, il 21 ottobre 1984, scoppiai a piangere. Avevo 24 anni e i suoi film erano come un magico unguento capace di lenire ferite, angosce, paure e insicurezze della mia adolescenza. Nel corso di quella strana, indecifrabile e confusa fase nella quale ognuno cerca, con più o meno fortuna, di definire se stesso e il mondo, il mio cuore, i miei occhi, la mia anima, inizialmente identificarono, successivamente riconobbero e infine (ovviamente) si innamorarono perdutamente dell‘universo Truffaut.

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François Truffaut era un grande cineasta, uno di quei ‘giganti’ che capitano una volta ogni 100 anni. E che se ne vanno troppo presto. Il suo era un dono particolare:sapeva mescolare nelle sue storie e nei suoi personaggi profondità e leggerezza, ingenuità e malizia,  speranza e melanconia, quel dolce, lieve e impalpabile gusto un po’ amaro che mi era molto familiare.

Ricordo con chiarezza quando vidi per la prima volta Effetto Notte, qualche anno dopo l’uscita, nel 1973. Il titolo originale era La Nuit Américaine: apparentemente molto evocativo, in realtà indicava una tecnica cinematografica per rendere notturna una scena fatta in piena luce, grazie a un filtro blu posto sull’obiettivo. Ne rimasi abbagliata. Quella frenesia che attraversava le scene e il plot, il labile confine tra finzione e vita vera, la musica, la luce che emanavano i personaggi, ognuno immerso nelle proprie contraddizioni e problematiche: tutto questo mi travolse. A partire da Jaqueline Bisset, dalla bellezza sofisticata e sensuale (che a gennaio ha vinto un Golden Globe per una serie tv inglese), passando naturalmente per Jean-Pierre Léaud, amatissimo alter-ego del regista, così tenero e confuso, nevrotico, a tratti romantico, a tratti glaciale. Lo incrociai una volta, molti anni fa, alla stazione di Firenze. Lo fissai e lui se ne accorse, mentre camminavamo in senso opposto  accanto al treno. Era strano, avendolo visto tante volte sul grande schermo, mi sembrava di conoscerlo e così osai dicendogli timidamente ‘bonjour‘. Lui ricambio’ con un altrettanto timido ‘bonjour‘. Salii sul mio treno con un gigantesco sorriso nel cuore.

Tornando a Effetto Notte, non posso non ricordare la presenza della grandissima Valentina Cortese,nel ruolo di una ex diva smemorata e confusionaria, e dell’elegante e posato Jean Pierre Aumont. Due mostri sacri. Ma mi colpirono anche tutti gli altri personaggi – con i quali Truffaut riusciva sempre ad instaurare un rapporto di complicità e di sincero affetto – di quel capolavoro. Un perfetto ed emozionante ‘film nel film’ in cui le singole storie si intrecciavano magicamente fino comporre un puzzle perfetto, come una sinfonia. In Effetto Notte, premio Oscar come miglior film straniero nel ’74 – François Truffaut si muoveva come un direttore d’orchestra, ritagliandosi anche un ruolo, quello di un regista preso dalla foga di realizzare il suo lungometraggio nonostante mille os tacoli e difficoltà. Una storia appassionante, glamour e a tratti anche tragica, che permise all’ex critico cinematografico nato a Pigalle, di svelare senza alcun pudore i trucchi e le crudeltà che si nascondono dietro a un film.

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Amante del cinema americano, fan assoluto di Hitchcock ma anche del Neorealismo italiano, di Roberto Rossellini (con cui lavorò) e di Fellini, di quest’ultimo disse: “Fellini mostra che un regista è prima di tutto un tizio che dalla mattina alla sera viene seccato da un mare di gente che gli pone domande alle quali non sa, non vuole o non può rispondere”.Il cinema era la sua vita, fin dalla sua infanzia (sulla quale ci sarebbe molto da dire, ma non mi voglio dilungare troppo). Come si sa, Truffaut cominciò come critico cinematografico dei mitici Cahier du Cinéma (grazie ad André Bazinche rappresentò la figura paterna che gli era sempre mancata), ruppe subito gli schemi. Lo chiamavano lo “stroncatore del cinema francese”. “Pensavo che il mondo, e soprattutto il cinema, fosse ingombro di falsi idoli. Il mio compito era di abbatterli. Con una spada sguainata, ero pronto a consacrare la mia vita a quest’impresa. La mia perseveranza, in mezzo secolo di cinema, ha forse contribuito a sbullonarne qualcuno. Essa tuttavia mi ha anche insegnato a capire che alcuni di questi non erano falsi e che non meritavano di essere sbullonati”, scrisse nel saggio “I film della mia vita” (Marsilio, 1978).

Diretto e coraggioso, scrisse che “il principale rimprovero che si può rivolgere a certi critici o a certe critiche, è di parlare raramente di cinema”, ed era convinto che “un cineasta fornisce tutte le indicazioni su quella che sarà la sua carriera nei primi cinquanta metri di pellicola che impressiona”.

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Il suo debutto come regista dura solo 7 minuti e si intitola Une Visite. Siamo nel 1954 e al montaggio c’è un giovane Alain Resnais. L’anno successivo arriva il dirompente Les Mistons, gioiellino di 23 minuti tratto da una novella di Maurice Pons, Les Virginales. A interpretarlo è la bella e solare Bernadette Lafont (scomparsa nel luglio scorso). E, dopo Histoire d’eau con Jean Claude Brialy, del ’58, scritto a quattro mani con Godard, che curò anche il montaggio, ecco Les Quatre Cents Coups, il suo primo lungometraggio.

L’avrò visto decine di volte (così come Jules et Jim, di cui ho trovato lo scénario originale e letto con religiosa attenzione il romanzo di Henri-Pierre Roché cui è ispirato). Ma ogni volta è come ricevere un regalo inaspettato. A distanza di anni, lo stupore che provo di fronte a quello stile unico è pari all’emozione ogni volta rinnovata di fronte al giovanissimo Jean-Pierre Léaud nella scena del colloquio con lo psicologo. Una scena improvvisata: Truffaut non scrisse nulla, di proposito, con un risultato inaspettatamente straordinario. La corsa del piccolo Antoine Doinel verso il mare e la sua espressione di fronte a qualcosa che non aveva mai visto prima, mi lascia ogni volta senza fiato.

Due anni dopo la sua morte, andai a Parigi e cercai la sua tomba nei diversi (e bellissimi) cimiteri della Ville Lumière. Alla fine la trovai. Era nel cimitero di Montmartre, sommersa dai fiori. Rimasi a lungo a pensare, in quel silenzio rarefatto, colonna sonora di una lunga sequenza di scene dei suoi film che rividi nella mia mente. A un tratto scorsi una targa in ottone con su scritto “Il m’aimait”… chissà chi era la donna che l’aveva lasciata…. L’uomo che amava le donne….

Truffaut, ci manchi. E anche molto.

Ma, e ti cito volentieri, “le spectacle, en fait, lutte contre la mort”.

 

 

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