Quella volta in cui Fellini m’imbocco’ (II parte)

(segue dal post precedente)

Ovviamente non sentivo la fatica. No, non era perché avevo solo 22 anni. Ogni giorno era una gioia, una festa trovarmi li’ in mezzo. Non mi sembrava quasi vero. Ricordo quando una volta Zeffirelli si complimentò con me per una foto (una delle tante) che gli avevo fatto sul set; a colpirlo era stato un movimento particolarmente plastico delle sue mani, colto dal mio obiettivo mentre dirigeva gli attori. Pierluigi si era appena vantato proprio di quello scatto, ma il Maestro lo stoppò subito: “Ma che dici? Non l’hai mica fatto tu, è stata Elisabetta, non vedi che stai nella foto?”. E difatti la sua faccetta spuntava dietro a quello di alcuni tecnici e operatori sullo sfondo. Ooooopssssss….. vabbè, una svista…..

Comunque, torniamo a Fellini (mentre scrivo riemergono tantissimi dettagli che pensavo sepolti nella mia ormai labile memoria di ultracinquantenne… ma non devo divagare troppo, sennò ‘sto post diventa la Divina Commedia). Allora, dicevo: Fellini, giusto. Un giorno Pierluigi mi accompagnò nello studio del Maestro, impegnato nella preparazione di ‘E la nave va’. Ricordo l’emozione di quei momenti. Appena entrata, sentii di essere in un luogo speciale. Non c’era la stessa aria che si respirava fuori. Era un’altra cosa, un’altra dimensione. Mi colpì subito il contrasto tra la vocina un pò cantilenante e quel fisico piuttosto robusto. Ma un genio, un artista così speciale e unico, può anche essere di una semplicità sconcertante. Era strano: sentivo il carisma di un mito assoluto, ma al tempo stesso mi sembrava di avere di fronte una persona come tante altre, qualcuno che conoscevo da sempre. Con i suoi collaboratori era Ironico, affabile, ma – ricordo – anche tagliente e duro. Quel giorno nel suo studio mi mostrò alcuni suoi disegni, un’infinita esplosione di colori e di vita, di eccessi e di poesia.

Amato e venerato quasi come una divinità, Fellini riceveva le visite di politici e vip di vario genere. Una volta un famoso artista italiano, di cui non dirò il nome neanche sotto tortura, dopo essersi fatto ritrarre (da me) accanto al maestro, mi regalò il suo ultimo lavoro. Tra una chiacchiera e l’altra, però si lasciò sfuggire la domanda sbagliata: “Mi dai il tuo numero di telefono?”. Secca (e ovvia) la mia risposta: “No”. E sapete cosa? Senza proferir parola, al volo mi strappò dalle mani il gentile omaggio. E se ne andò senza salutare. Roba da pazzi.

La lavorazione di ‘E la nave va’ (prodotto da Franco Cristaldi), ricordo, non fu facilissima. La realizzazione del lussuoso transatlantico del 1914 coinvolse le mitiche maestranze di Cinecittà, che lavoravano senza sosta nel leggendario Studio 5. Il suo preferito. Lo stesso che ospitò la sua camera ardente ai primi di novembre di 11 anni dopo.

Elisabetta ‘Bitti’

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